Perché l’indie sta cambiando il modo di raccontare nei videogiochi

di mondopalermo.it - 2 ore fa

C’è un motivo semplice per cui oggi l’indie conta sul piano narrativo: è lo spazio dove si può scrivere senza dover chiedere permesso a una tabella di previsioni. Un team piccolo lavora con vincoli reali, tempo, soldi, persone, ma proprio per questo tende a fare scelte più nette: taglia il superfluo, mette a fuoco un tema, costruisce regole e ritmo attorno a quell’idea. Spesso l’attenzione si sposta dalla quantità alla precisione: poche ore, ma dense; meno spettacolo, più tono; meno frasi spiegate, più dettagli che parlano da soli.

Non è una sfida indie contro tripla A. È un ecosistema più ampio, con obiettivi diversi. Un grande publisher, dovendo sostenere investimenti enormi, tende a privilegiare tre cose: riconoscibilità del brand, curva di apprendimento accessibile, contenuti a prova di pubblico largo.

Un piccolo studio, invece, può permettersi una scelta più radicale: una storia breve ma incisiva, un punto di vista scomodo, un finale che non premia per forza, o meccaniche che non servono a far durare di più, ma a far sentire meglio quello che il racconto sta dicendo.

Il risultato è che l’indie, spesso, sperimenta sul linguaggio: ti fa capire chi è un personaggio non solo da ciò che dice, ma da come ti fa giocare; ti racconta un luogo, ma con un percorso, un’interfaccia, un’assenza. E questo non toglie valore ai tripla A: semplicemente, aggiunge alternative. Se prima il videogioco di grande visibilità era quasi sempre associato a scala e grafica, oggi sempre più persone riconoscono che il medium può parlare anche di memoria, fragilità e quotidiano, con strumenti propri.

Temi personali e nostalgia: che cosa significano davvero, senza romanticizzare

Quando si dice temi personali, non si parla di confessioni generiche, ma di materiale concreto: memoria, identità, lutto, salute mentale, famiglia, amicizie che cambiano, lavoro precario, migrazione, senso di colpa, appartenenza a un luogo. Sono storie che partono dal quotidiano e usano il videogioco per farci stare dentro un punto di vista, non per metterci davanti a un messaggio. La nostalgia, invece, non coincide con la pixel art: è un ritorno a sensazioni e rituali, ai tempi di vita di prima, a oggetti e suoni che innescano ricordi. Proprio perché funziona così bene, la nostalgia può diventare una scorciatoia: estetica retrò, citazioni facili, il ti ricordi quando ripetuto fino a svuotarsi. Quando è usata bene, però, non abbellisce il passato: lo mette alla prova, mostra cosa manca, cosa pesa, cosa abbiamo idealizzato. È lo stesso meccanismo con cui, online, cerchiamo strumenti per orientarci in mondi complessi: oggi trovi di tutto, dalla recensione di un gioco alla guida aggiornata sulle slot machine online, perché la domanda di fondo è sempre la stessa, capire cosa c’è davvero dietro una superficie attraente.

Un esempio chiaro è Disco Elysium: la scrittura non punta al comfort, ma alla frizione. Parla di identità, dipendenze, fallimento, politica, e lo fa attraverso una mente piena di voci che litigano tra loro. I dialoghi non sono riempitivi: costruiscono carattere e conseguenze, anche quando il protagonista si racconta bugie. La nostalgia qui non è decorativa, è un dolore per ciò che non torna più e per ciò che si è perso, città comprese.

Un altro caso, diverso ma altrettanto leggibile, è Night in the Woods: mette al centro precarietà, amicizie che cambiano, depressione e il peso di una provincia che si svuota. L’estetica dolce non addolcisce il contenuto: crea contrasto e rende più evidente l’inquietudine. La nostalgia emerge come tensione tra il rifugio nel passato e l’impossibilità di restarci, con dialoghi che sembrano leggeri ma lavorano di sottotesto.

Come la narrativa passa dal testo al gameplay

Nei videogiochi la storia non vive solo nelle parole: vive nelle regole. È qui che l’indie spesso fa la differenza, perché può permettersi di usare ritmo, ripetizione, silenzi e piccoli gesti come materia narrativa. Una porta che si apre sempre nello stesso modo, una routine che ti chiede di rifare azioni identiche, un’interfaccia che ti nega informazioni, un ambiente pieno di tracce che non vengono spiegate: sono scelte di design che raccontano, anche quando nessuno parla. In questo tipo di scrittura, il giocatore non legge soltanto, interpreta. Capisce chi è un personaggio da ciò che è costretto a fare, da ciò che può evitare, da ciò che il gioco rende facile o faticoso. E quando c’è una scelta morale fatta bene, non funziona perché ti mette davanti al bene e al male, ma perché ti costringe a convivere con le conseguenze, senza scorciatoie.

Tecniche ricorrenti che vedrai spesso nei giochi narrativi indie sono queste: l’environmental storytelling, dove la storia è negli oggetti, nelle stanze e nelle distanze; diari e messaggi che aggiungono contesto senza fermare il gioco per spiegarti tutto; scelte con ricadute credibili, anche piccole, che cambiano relazioni e tono; gestione del tempo e routine come dispositivo, perché la ripetizione può diventare pressione o cura; anti eroi e narratori inaffidabili, che ti obbligano a dubitare di ciò che ti viene raccontato.

Il punto non è quante tecniche ci siano, ma se sono coerenti con il tema: se un gioco parla di ansia e poi ti premia sempre per correre e accumulare, qualcosa stona. Se invece ti fa sentire la fatica di scegliere, di aspettare, di rinunciare, allora il racconto passa davvero dal testo al gameplay.

TecnicaChe effetto produceEsempio di giocoRischio se usata male
Environmental storytellingTrasforma lo spazio in memoria, senza dialoghi obbligatoriWhat Remains of Edith FinchDiventa decorazione se non guida l’attenzione
Diari, messaggi, tracce audioAggiunge contesto e voce, frammentando la storiaOxenfreeSi riduce a collezionabili che spezzano il ritmo
Scelte morali con conseguenze credibiliDà peso alle decisioni e alle relazioniPapers, PleaseFinge libertà: cambi cosmetici senza effetti reali
Routine e gestione del tempoFa sentire pressione, abitudine, perdita o curaStardew ValleyDiventa una lista di compiti, senza senso narrativo

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Come riconoscere un gioco indie narrativo ben costruito

Se la narrativa è davvero al centro, lo si capisce da segnali concreti, non dalle promesse sulla pagina dello store. Il primo è la coerenza tra tema e meccaniche: se il gioco parla di solitudine, perdita o routine soffocante, anche ciò che fai minuto per minuto dovrebbe rifletterlo, con ritmi lenti, spazi vuoti, scelte limitate o ripetitive quando serve. Conta poi la scrittura, non come quantità di testo ma come precisione: dialoghi che non spiegano tutto, pause che lasciano spazio all’interpretazione, sottotesto che emerge dalle relazioni più che dai monologhi. La direzione artistica è un altro indicatore chiave, perché uno stile semplice può funzionare benissimo se sostiene il racconto, mentre diventa ornamentale quando non dialoga con ciò che succede. Anche la struttura dice molto: alcuni titoli puntano su scelte con peso reale, altri dichiarano una linearità forte ma la curano fino in fondo, senza fingere libertà che non esiste. Infine, c’è l’attenzione all’accessibilità, intesa come leggibilità, opzioni di comfort, gestione delle difficoltà e rispetto dei tempi del giocatore, elementi che fanno la differenza quando si affrontano temi delicati.

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